Se un amico muore di Covid-19: trentacinquemila morti non sono niente se non ne conosci almeno uno

Ho perso un amico per il Covid-19 e ho capito che non potrò mai più rispondere «Scusa posso chiamarti più tardi?».

Ci hanno spiegato tutto ma non sappiamo niente. Abbiamo imparato a vivere con l’incertezza, non quella dello stipendio alla quale siamo abituati da un decennio, quella della fragilità e della precarietà della vita. Ci togliamo la mascherina e continuiamo a vivere, come durante la guerra i nostri vecchi avevano fatto il callo alle scene di impiccagione.

L’istinto.

L’orrore che diventa abitudine, che entra a far parte della vita di tutti i giorni. E che ti entra dalla finestra mentre stai cenando. Trentacinquemila morti non sono niente se non ne conosci almeno uno. Elabori il tutto in una sorta di annoiata paura che quasi non fa più paura. Che vuoi che siano diciotto “decessi” al giorni rispetto alla strage di marzo e aprile?

Poi un giorno di luglio, quando la pandemia incontra una notte di mezza estate, ti viene in mente lui. Che fine avrà fatto Renzo? Un brivido ti pervade. Apri WhatsApp e vai a vedere la cronologia. È ferma ai primi di aprile. È piena di meme, un po’ da boomer, quei meme per cui non ridi ma non li cancelli nemmeno. In fondo è un amico e ti ha pensato. Rispetto. L’ultima telefonata era di qualche giorno prima, lui aveva postato su Instagram la foto di un ospedale militare da campo, quello montato in fretta e furia a Cremona. Ma era una bella foto, con un suo ordine di composizione, perfino rassicurante nella sua drammaticità.

Come stai, come stai amico mio? L’ultima chiamata: poche parole su quella fotografia, la sua balbuzie mi ha sempre innervosito e lui lo capiva, tant’è che poi io tagliavo corto e per non sentirmi troppo in colpa rispondevo: “Renzo, posso chiamarti più tardi?”. Poi non lo richiamavo. Ma lui spuntava dopo qualche settimana dal display. E dev’essere andata così anche quella volta. Solo che questa volta lui non si era più fatto vivo e io avevo smesso di frequentare i social network, perché mi sembravano il modo più distorto per guardare a una realtà già distorta di suo. Se qualcuno ha bisogno di me mi chiamerà, mi dicevo.

Nel limbo, nella nebbia di giorni solo mentali, fatti di pensieri cupi e speranze, di balconi retorici e di gel spaccamani, di cazzate sparate in diretta su Zoom all’ora dell’aperitivo, Renzo era disperso e io non ci pensavo. Apri Facebook e, con i brividi, scansioni i post di Renzo. Segui il flusso dei suoi contributi che si rarefanno, poi quelli degli amici, prima preoccupati, poi angosciati, infine disperati. Fino alla risposta a una pressante richiesta, un commento definitivo: «È morto, mi spiace, ha preso il Covid».

La vita di Renzo varrebbe un altro racconto, che non mi va di fare. Perché è triste. Mentre lui non era affatto triste, non l’ho mai sentito lamentarsi, nonostante ne avesse molte ragioni. Era nato benestante, e raccontava e scriveva di una Lambrate che non c’è più, un quartiere di Milano quasi gaddiano con una prosa che ti tirava dentro, che sapeva raccontare con leggerezza e ironia i personaggi di una periferia sparita per sempre. Li pubblicava su Facebook e aveva un ampio seguito.

Alfa Romeo e gatti

Per il resto era una persona sola con una passione smisurata per le Alfa Romeo e per i gatti. Con uno zio repubblichino e un altro partigiano, una tipica parabola italiana. Sui social non aveva remore a esprimere le sue opinioni politiche, da liberale e antisalviniano. Anche lui aveva sbattuto contro l’assurda zizzania seminata dai social: «Un’amica oggi mi ha tolto l’amicizia. Io non capisco, ho sempre messo l’amicizia davanti alle opinioni politiche, perché adesso non funziona più così»? Non lo so perché.

Era nato ricco e le foto che postava, villeggiature alpine, adolescenza in tweed, Giuliette da museo, erano tutte promesse non mantenute. È morto povero, in terapia intensiva a metà aprile. Il destino di solitudine non gli ha lasciato accanto a salutarlo nemmeno i più recenti affetti che aveva coltivato grazie ai racconti che faceva e ai sorrisi che dispensava. Anche a quei migranti che, da volontario, accoglieva in una comunità milanese. Aveva 64 anni ed era in sovrappeso. Il bersaglio perfetto per il virus.

Non credo che risponderò più a un amico, «Scusa posso chiamarti più tardi?».

Apparso su marieclaire.it il 27 luglio 2020