Chi è Mario Morcellini, il nuovo pop guru della Sapienza di Roma

Davide Burchiellaro, su Panorama, 22 aprile 2003

Che cosa succede in Italia se un professore canuto dallo sguardo irriverente trascina in cattedra la top model Inna Zobova per parlare di antropologia del reggiseno, il comico Antonio Albanese per discettare di occupazione e lancia una borsa di studio per analizzare i messaggini d’amore sul telefonino? Gli studenti ne fanno subito il loro guru e prendono d’assalto le sue lezioni, le tv e i giornali cominciano a spremerlo come un limone, il marketing lo corteggia mentre i colleghi più paludati digrignano i denti dal nervoso.

È più o meno quel che è capitato negli ultimi mesi a Mario Morcellini, 57 anni da Ficulle (Terni),  fondatore di una decina di scuole e laboratori sui media, consulente di Rai, Cnr, Comuni e Ministeri. Per gli accademici Morcellini è il docente che sta intaccando il trono di Umberto Eco, glorioso McLuhan di casa nostra, ormai un po’ in ritirata.

Da Marzullo senza remore

Per tutti gli altri, autori televisivi, programmisti, registi, giovani scrittori, e anche per un certo pubblico che lo vede scorrazzare da un programma notturno all’altro, è invece il nuovo intellettuale un po’ all’americana che non ha paura di confrontarsi con la cultura di massa («Sono stato perfino da Marzullo», sogghigna) e di portare il costume con i relativi simboli e protagonisti dentro l’università.

Non in in qualche eccentrica sede del Dams, ma nella celebrata Sapienza: qui, nel suo studio, tra paperette meccaniche e candelabri in bronzo a cera persa i padri sacri delle scienze sociali albergano sugli scaffali, mentre sulla scrivania c’è, a mo’ di Bibbia, un’edizione lacera del Gattopardo.

Subito severo con l’atteggiamento accademico tradizionale che fatica a rinnovarsi, Morcellini esordisce proprio con Tomasi di Lampedusa: «Se vogliamo che tutto rimanga com’è, bisogna che tutto cambi. Certe fulminanti intuizioni d’artista valgono molto di più delle algide pagine dei sociologi».

L’oppio sociologico degli intellettuali

Nel mirino del professore il moralismo e lo snobismo degli “intellettuali” che non riescono a riconciliarsi con le veline, le letterine, le telenovela e i superquiz. «Sono tutti coloro che si sentono minacciati dal mondo della tv e dei media. Sparano giudizi apocalittici solo perché loro stessi sono in crisi. Tutto ciò che è inspiegabile è colpa della cultura catodica soprattutto delle reti commerciali, e si nascondono dietro gli stereotipi della tv deficiente o del pericolo internettiano. Poveretti, un po’ li capisco, gli ultimi cambiamenti sociali avrebbero fatto venir l’esaurimento a qualsiasi scienziato». È un pregiudizio culturale un po’ francese, quello della «distinction», «che fa sentire molto superiori a tutti gli altri», dice Morcellini.

Il fatto è che a esserne vittime sono in tanti: «Professori di ogni scuola, ma anche studenti». E tanti “giovani” che hanno la presunzione di parlare di giovani. «Indiscutibile un certo charme di registi come Gabriele Muccino e Alessandro D’Alatri, ma chi descrivono alla fine? Pochi trentenni laureati fortemente condizionati dalla cultura dei padri. Tutti gli altri non li acchiappano, perché sono imprendibili. Sono lontani anni luce dai registi che tenevano insieme generazioni intere».

Da Berlinguer a Zelig

Già, di rivoluzioni mediatiche piccole e grandi Morcellini ne ha viste e studiate tante da quando, alla fine degli anni 70, un lungimirante Enrico Berlinguer gli chiese di farlo per lui e per il Partito Comunista. E le sue conclusioni, nel 2003 sono sconsolanti per il passato ma ottimistiche sul futuro: «Prendiamo atto che le persone non socializzano più a scuola o all’università, ma attraverso migliaia di forme di comunicazione, dal linguaggio di Zelig a quello delle e-mail sentimentali. Vogliamo cominciare a parlare di valori usando la loro lingua. Perché non aprire una finestra su questo mondo? Non vi paiono abbastanza le porte in faccia che hanno ricevuto alle medie superiori?».

E allora via con scoppiettanti iniziative, come lo studio dei messaggini, il laboratorio Mediawar sulla guerra in Iraq che non tralascia le pashmine delle inviate, o la popputa Zobova che sale in cattedra, a dispetto di qualche bacchettone. Al quale Morcellini risponde secco: «Dai 18 ai 23 anni è statisticamente provato che i ragazzi sono stressati dall’arrivo nell’età adulta e sono concentrati sulle loro esperienze erotiche.

Questa nuova università creativa piace moltissimo anche a un mago dei media come Maurizio Costanzo, con il quale Morcellini ha avviato un laboratorio di Produzione e programmazione televisiva, oltre a svariati studi sulla fiction: «Già, anche lui si rende conto che nessuna ricerca dell’Eurisko gli può essere utile quanto un contatto con gli studenti» gongola il professore.

Un altro colpo d’ascia il cattedratico lo sta menando con i suoi corsi di comunicazione. Pochi professori, molti professionisti. Tra i quali, a sorpresa spicca perfino il mezzobusto pettinato Francesco Giorgino: «Sì, nonostante quell’aria un po’ da fichetto, parla agli studenti meglio di molti docenti» dice.

Un’università che fa scuola

Infine, forse un po’ inaspettatamente, il modello Morcellini si sta spandendo a macchia d’olio tra tanti altri docenti della Sapienza. A Economia e Commercio, per esempio, con la complicità di Attilio Celant, nome tra i più prestigiosi dell’università, Morcellini ha messo in piedi Brain at Work. Con il comico Albanese che nei panni di Alex Drastico e Perego si è lanciato a parlare di mercato del lavoro. Così ha fatto un’inedita Sabrina Ferilli con gli occhialetti da intellettuale in un’altra lezione di finanza. Una cattedra con colori a tempera, pennelli e amplificatori che sparavano musica soul ha invece accolto una sediziosa lezione di Economia sulla “morte del denaro nella società contemporanea”. Tra il relatori, Philippe Daverio e il giallista Andrea Pinketts. Emblematico il titolo del della giornata di duro lavoro: «Lezioni di indisciplina».

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